Oliviero Mogno

MISCELLANEA
SCRITTI POLITICI

COMPRENSIONE DEL MOMENTO






 

 

 

   Il 25 luglio del '43, a vent'anni dalla nascita, il fascismo è stato improvvisamente colpito da sincope mortale. Clinici teutonici sono accorsi al capezzale del morente: gli hanno praticato la trasfusione del sangue e la respirazione artificiale, e così lo hanno mantenuto in vita per altri due anni, fino all'aprile scorso, fino a quando, tolto di mezzo l'infermiere che seguitava a pompare sangue e ossigeno, il morente non è repentinamente caduto esanime con un macabro rantolo mozzato dalla morte.
   Tutto ciò è un luogo comune che esprime tuttora la convinzione di molti, ma bisogna por mente che si tratta di una convinzione ingannevole e pericolosa.
   È vero che nel 1922, o se si voglia nel '19, è stato redatto l'atto di nascita del fascismo, e nel '45 l'atto di morte, ma queste sono le date che riguardano l'ufficio anagrafico dello stato civile, non quelle che interessano la realtà politica e pertanto la verità storica.
   Si deve intendere che il fascismo è un fenomeno d'ordine precipuamente psicologico e morale che trascende la particolare forma politica e sociale con la quale ha potuto, in un determinato tempo, trovare la sua massima e perversa attuazione nel quadro della vita statale; e che tale forma politica non è il fascismo stesso, ma piuttosto lo strumento di cui il fascismo si è servito durante il ventennio della sua dittatura. Si deve intendere ancora che il fascismo è una particolare concezione di vita che è potuta sorgere e affermarsi per la degradazione morale della classe borghese; che pertanto esso non può che identificarsi con questo stesso fenomeno di degradazione e di perversità morale; che infine parlare oggi della sua morte è infantile ingenuità quando non sia astuzia subdola di marca prettamente fascista.
   Durante un periodo di oltre vent'anni di regime dittatoriale, la mala pianta del fascismo ha avuto il tempo e l'opportunità di ramificare in tutte le direzioni: nello Stato, nelle forze armate, nella magistratura, nell'industria, nella scuola, nelle banche, negli istituti di assicurazione, negli enti cooperativi, nei consorzi, nelle imprese pubbliche e private, nelle amministrazioni civili e militari, nelle prefetture, nei municipi, nelle questure. In ogni luogo: nelle città, nelle borgate e nelle campagne, ovunque è un nucleo di vita organizzata, là il fascismo è penetrato e ha cosparso la buona terra del limo putrescente e infecondo ove ogni frutto deve necessariamente isterilire e morire, e dove possono germogliare solo le graminacee e le ortiche.
   Ora si deve bonificare la terra, ma per la bisogna non basta recidere qualche rigoglioso rovo di spine: si debbono falciare risolutamente tutte le erbacce, e si deve dissodare il terreno, e colmare gli acquitrini stagnanti, e aprire col vomere i solchi per la semina nuova.
   Questa necessità di restaurazione, che è sentita e reclamata anche nel campo materiale, ove tante e tanto grandi sono le rovine, ben più è necessaria e urgente sul terreno morale dove il lavoro di rinnovamento che ci attende appare tanto più immane e problematico quanto maggiore e deleteria è stata qui la spaventosa eredità del fascismo.
   E la grande opera risanatrice, che esige di essere risolutamente iniziata e portata a compimento con inalterabile decisione e intransigente fermezza, non deve consistere esclusivamente nella punizione dei maggiori colpevoli e nella rimozione di tutti quegli uomini che il loro stesso attivismo disonesto o la loro remissività vile o la loro ambizione senza scrupoli ha innalzato ai posti di comando, ma deve essere intesa parimenti nello scoprire e condurre al lavoro di responsabilità quei molti che nella loro rettitudine morale ne hanno trovato finora l'interiore impedimento.
   Fino a ora poco, forse troppo poco è stato fatto, ed è ancora la vecchia classe dirigente, falsa, corrotta e reazionaria, che sotto sincere o mentite spoglie, sta in piedi, ferma al proprio posto di comando, a testimoniare la sopravvivenza del fascismo nella sua quasi totale integrità.
   Nell'immenso e imperscrutabile quadro della storia, attorno al quale i grandi e tragici avvenimenti di questo secolo turbinano ancora allo stato nebulare, noi non sappiamo e non potremmo veramente prevedere se gli avvenimenti più recenti segnino la crisi ultima di un mondo in trasformazione o piuttosto i prodromi di un epilogo più drammatico e cruento; né ci è dato di comprendere se un tale epilogo possa segnare la fase storicamente costruttiva o distruttiva della nostra millenaria tradizione civile. Ma rivolgendo gli occhi più vicino, al quadro della nostra vita vissuta, entro il quale diuturnamente operiamo, allora veramente sentiamo che l'attuale grave crisi potrà trovare una graduale e ordinata composizione soltanto se gli uomini sapranno trovare in loro stessi la forza e il coraggio di agire con spirito illuminato e con intransigente fermezza. Che se invece questa forza dovesse mancare, o riaffiorassero ingannevoli illusioni, o non si comprendesse come il trapasso fra due epoche non possa avvenire con la semplicistica sostituzione di alcuni gerarchi, o se l'ignavia prevalesse nuovamente e si frenasse l'opera di salvamento con le ipocrite remore della moderazione, allora il grande tentativo, che si deve pur compiere, sarebbe destinato al fallimento, e la nemesi storica, che la mano dell'uomo è incapace di frenare, farebbe prorompere ineluttabilmente quel sommovimento tragico e fatale.

 

   Dattiloscritto dato a Padova il 26 maggio 1945. Non risulta se sia stato oggetto di pubblicazione.